Apriamo gli occhi al Nostro Mondo perchè è Nostra Madre a chiederlo:
l’Africa.
La leggenda dell’inferiorità negra
L’esigenza di una dignità africana
Le difficoltà dell’Africa e le sue cause
Cultura africana: ostacolo o evoluzione?
La situazione attuale dell’Africa viene spiegata in differenti maniere, a
seconda dei punti di vista. Tale breve ricerca prende in
considerazione il pensiero e la valutazione degli scrittori africani, per
rispondere alla domanda: c’è un qualche rapporto tra la cultura africana e gli
attuali avvenimenti del continente nero?
Che cosa si deve intendere per cultura africana e come valutarla?
A partire dagli anni ’60, gli anni dell’indipendenza politica, i
paesi africani sono impegnati a raggiungere uno sviluppo sufficiente nel campo
dell’economia, e a darsi quell’insieme di strutture politiche e sociali di cui
hanno bisogno per rispondere alle attese e alle necessità dei cittadini. Questo
compito, che incontra notevoli difficoltà e conosce momenti drammatici e
tragici, ne presuppone un altro più profondo e forse ancor più difficile: la
ricerca della propria identità culturale.
Gli africani, come vedono
loro stessi?
Che genere di Africa, che tipo di “uomo
africano” intendono proporre e costruire?
Ed anzitutto c’è nel continente africano un
insieme di intellettuali, pensatori, scrittori che si preoccupano di questi
problemi, che si propongono di definire l’identità e la cultura africana?
Ho cercato di rispondere esponendo
brevemente le grandi linee di questa ricerca.
·
La cultura africana, oggetto di studio da parte
di pochi antropologi, ha assunto un interesse particolare nei primi decenni del
secolo, quando sono sorti in Africa, o meglio nel mondo negro in generale, dei
gruppi di intellettuali che si interrogavano sulla propria identità e sulla
cultura del mondo africano. Questa ricerca di auto-comprensione fatta dagli
stessi africani ha ispirato, più o meno apertamente, i movimenti e i partiti
politici che hanno preparato l’indipendenza degli stati africani.
La situazione attuale dell’Africa è stata interpretata e spiegata in differenti
maniere, in conformità a diversi presupposti. Gli scrittori africani, spesso,
fanno riferimento al modo nel quale sono visti dagli altri. E questo è un primo
punto da tener presente, giacché comporta non solo la maniera in cui gli altri
vedono gli africani, ma anche come le popolazioni africane vivono questo, la
maniera in cui gli scrittori africani percepiscono le opinioni formulate dagli
altri e la maniera con la quale reagiscono a queste opinioni. Fra queste
reazioni possiamo includere la maggior parte della letteratura classificata come
“Négritude”, così come buona parte della cosiddetta “etnofilosofia”
( la tendenza sorta dal libro del P. Tempels, La Philosophie Bantoue). Alla
visione idealizzata dell’Africa e degli africani si oppone l’altra visione,
denigrante, che “gli altri” esprimono quando si riferiscono all’Africa.
Una seconda lettura, in gran parte auto-giustificativa, e che è prodotto
principalmente delle delusioni e frustrazioni del periodo post-indipendentista,
individua le cause di tutti i problemi dell’Africa in influenze esterne subite,
provenienti soprattutto dall’Occidente e principalmente dall’Europa. Tutto il
mal funzionamento, dalla corruzione alla tirannia passando per la rivalità
tribale e le guerre, l’inettitudine e il deterioramento economico sono spiegati
in termini di influenze esterne: il traffico degli schiavi, la colonizzazione,
il commercio mondiale, ecc.
Le soluzioni che vengono proposte sovente si
concentrano in un ritorno alle radici africane e al passato, in cerca di
ispirazione e dinamismo. Lasciando da parte la verità che essa può racchiudere,
questa lettura comporta un rischio pericoloso e ovvio: la chiara tendenza a
proiettare tutta la responsabilità e l’imbarazzo sopra gli altri esime gli
africani dal far fronte alle proprie responsabilità, così come dal compito di
adoperarsi per trovare una soluzione, con l’ovvia conseguenza di prolungare così
la crisi.
Attualmente gli
africani stanno sviluppando degli atteggiamenti autocritici e si sta provando
una nuova lettura dell’Africa. Nessuno può negare che l’influenza dell’Occidente
sull’Africa sia stata sommamente pregiudiziale, cominciando dal commercio degli
schiavi e lo scardinamento sociopolitico ed economico che esso causò,
continuando con la colonizzazione e i suoi ambigui effetti, che aumentarono lo
sfaldamento sopra menzionato, creando legami duraturi di dipendenza. A tutto
questo bisognerebbe aggiungere l’ingiustizia sempre crescente in termini di
interscambi e, peggio di tutto, la “filosofia razzista” sviluppata
dall’Occidente, che ha impresso negli africani un devastante marchio di
inferiorità, con lo scopo di giustificare la tratta degli schiavi, la
colonizzazione e tutti gli abusi che ne derivarono.
Gli intellettuali africani che sviluppano l’autocritica non sono ciechi davanti
a queste influenze esterne e alle conseguenze che ne derivano. Ma senza
esitazione vogliono sapere perché furono possibili il commercio degli schiavi e
la colonizzazione. Perché l’Africa, culla della civiltà -come molti africani e
non africani affermano oggi con forza- perde non solo l’iniziativa, ma anche la
dinamica di base dello sviluppo culturale? Questi scrittori critici sono decisi
a considerare il problema come qualcosa di loro proprio e cercano piste e
possibili risposte nella psiche tradizionale africana così come si è sviluppata
nelle culture tradizionali delle popolazioni nere. Per essi non si tratta di una
questione puramente accademica. Al contrario vedono questo problema come la
chiave che apre la porta di un futuro più umano e degno per gli africani.
La leggenda dell’inferiorità negra
·
Nei procedimenti di presa di coscienza della propria identità, a
livello individuale o sociale, l’opinione che gli altri hanno di noi influenza
l’opinione che abbiamo di noi stessi.
Nel caso degli africani,
l’opinione che gli altri hanno di essi ha avuto una parte di primissimo piano
nella coscienza della loro propria identità. Le tradizioni africane erano quasi
totalmente orali. La maggior parte dei primi scritti sull’Africa, dai quali la
cultura africana ha incominciato ad essere oggettivata, furono prodotti da
stranieri, spesso vittime di pregiudizi. Ad un certo punto incominciò a prendere
forma la rappresentazione dell’inferiorità negra.
Questa rappresentazione andò aumentando e
prese stato formale per opera di vedute razziste, largamente motivate da
interessi politici ed economici. Si propagò il mito dell’inferiorità della razza
nera per giustificare la tratta degli schiavi, che provocò la disintegrazione
delle strutture sociopolitiche ed economiche dell’Africa, così come il reale
degrado dei propri schiavi. Tutto questo fornì agli occidentali altri motivi per
giustificare la rappresentazione dell’inferiorità della razza nera. Qualcosa di
simile si può dire della colonizzazione: lo stato “selvaggio” della popolazione
africana è l’idea che fu addotta per razionalizzare la “mission civilisatrice de
l’Europe”. E, fino ad un certo punto, anche lo sforzo missionario cristiano si
basava su presupposti simili. In questo modo il concetto dell’inferiorità negra
venne rinforzato.
La filosofia e la “scienza” della razza costituirono il punto d’appoggio più
prestigioso e il veicolo di espressione più pretenzioso della presunta
inferiorità negra.. A questo riguardo gli scrittori africani menzionano
frequentemente filosofi come Hegel, Kant, Hume e Lévy-Bruhl. Fra gli
“scienziati” razzisti vengono nominati Virchow e J. A . Gobineau.
Si distorse a questo fine la storia dell’Africa: si separava l’Egitto dal resto
del continente e furono ignorate le grandi unità politiche che si svilupparono
in Africa a partire dal secolo VII (Ghana, Mali, Songhai, Kayor, Benin...).
L’Africa non aveva storia o, più esattamente, la sua storia era puramente
tribale. Gli africani erano ritenuti non dotati di pensiero logico e
inclusivamente si affermava che sul piano biologico il loro cervello presentava
delle deficienze.
La rappresentazione
razziale dei popoli negri, elaborata da queste teorie, sarebbe morta sul nascere
se l’Africa non fosse stata sconfitta dall’occidente. Ma negli ultimi quattro
secoli la sconfitta fu totale in tutti i campi: commercio, tecnologia, scienza
politica e militare ed ha condotto alla colonizzazione e alla dipendenza
post-coloniale. Questa sconfitta è stata interpretata come una chiara conferma
della presunta inferiorità dei neri.
Mediante l’istruzione e l’educazione, che erano nelle mani delle autorità
coloniali, il messaggio della superiorità bianca veniva trasmesso, apertamente o
in maniera subdola, ed era interiorizzato dall’uomo negro. Come conseguenza,
questi sviluppò un profondo complesso di inferiorità, insieme ad insicurezza,
autodisistima ed aggressività.
Questo primo punto, per quanto spiacevole, è indispensabile per la comprensione
della conseguente reazione dell’uomo negro. Ci aiuta anche a comprendere
l’influenza che il fattore inferiorità ebbe nella definizione dell’identità
africana elaborata dalla razza nera.
·
La prima ribellione all’umiliante “invenzione” dell’Africa
fatta dagli occidentali, così come la percepiscono gli africani, venne da
americani e da indo -occidentali di origine africana. Alcuni africani che
vivevano in Europa o in Africa si unirono a loro e furono i precursori di alcuni
aspetti di questa reazione. Questa lettura è già differente da quella che era
stata fatta anteriormente nei confronti del mito razzista della inferiorità
africana. Nonostante si tratti in realtà di una dura reazione contraria,
entrambe si trovano (soprattutto all’inizio) unite in una tale simbiosi, che la
seconda non si può capire né definire se non in relazione con la prima.
Questa reazione fece sì che, a poco a poco, si sviluppasse fra gli afro
-americani il concetto di “personalità africana”. Poco dopo sarebbe
arrivata la contropartita: la “Négritude”, concetto sviluppato e reso di
moda dagli scrittori neri francofoni delle Indie Occidentali e dell’Africa. La
controversia posteriore che scatenarono tanto la Négritude che la cosìddetta
“etnofilosofia”, fino ad un certo punto è parte dello stesso fenomeno. Sul
piano politico e sociale possiamo dire che dapprima il pan-negrismo e poi il
pan-africanismo, insieme con i movimenti nazionalisti sostenuti da diverse
ideologie, sono pure elementi della complessa reazione alla rappresentazione
sociale immaginaria dell’inferiorità negra inventata dall’Occidente e alla
disintegrazione risultante dalla sconfitta totale subita dall’uomo negro.
La prima influenza che la mentalità razzista esercitò sull’idea che l’uomo
nero incominciò ad elaborare di se stesso fu il concetto di razza. Il
pensiero razzista considerava la razza come un’entità ontologica dotata di
qualità specifiche e permanenti. Ad alcune razze erano attribuite qualità
superiori, mentre altre erano caricate di pesanti difetti. La razza nera era
molto bassa nella gerarchia. Ogni razza possiede qualità specifiche, permanenti
e quasi esclusive. Queste qualità sono complementari. Ogni razza può e deve
contribuire, a partire dai suoi propri valori specifici, all’elaborazione di una
civiltà universale.
L’esigenza di una dignità africana
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La razza nera è dotata di qualità specifiche che sono inerenti
all’essenza africana. La Négritude dipende fortemente dall’idea di Africa
formulata dalla antropologia occidentale e dal vitalismo di Bergson. La
produzione letteraria della Négritude era diretta al pubblico europeo. E, ciò
che è più importante ancora, l’obiettivo della Négritude come anche quello della
precedente “personalità africana” era quello di rivendicare la condizione
umana e l’identità degli africani e dei neri in generale. Non era una
riflessione indipendente sull’identità africana, ma una reazione alla
umiliazione e alla negazione della condizione umana dei neri. Era una reazione
di rabbia, un “razzizmo antirazzista”, come lo definì Sartre, o “un
razzismo alla rovescia”, come riconobbe lo stesso Senghor. Gli scrittori
della Négritude trasmisero una visione idilliaca dell’Africa, del suo passato,
così come una versione esaltata dei valori e della cultura africana e delle
qualità della sua popolazione.
Il movimento della Négritude svolse un ruolo importante nella lotta per
l’indipendenza e fornì agli Africani un sentimento di fierezza. Ma ben presto,
dopo il periodo dell’indipendenza incominciò a dimostrare le sue debolezze, che
vennero indicate senza troppi riguardi da una nuova classe di intellettuali
africani, che definisco come“intellettuali critici”. Essi denunciarono il
concetto statico della cultura africana che presentava la Négritude, il suo
carattere conservatore, la sua dipendenza da fonti e interessi occidentali. Essi
mostrarono la sua radicale insufficienza: le retoriche denunce dell’Occidente
distoglievano l’attenzione degli Africani dai problemi veramente importanti. Le
qualità e i valori che la Négritude attribuisce alla gente e alla cultura
africana - affermano i filosofi critici - sono precisamente la glorificazione
dei difetti che gli occidentali razzisti attribuivano loro.
Questa nuova classe di intellettuali propone la razionalità moderna (la
filosofia, la scienza e la tecnologia occidentali) come l’unica via al potere e,
attraverso il potere, alla dignità. Essi insistono sulla razionalità umana, la
razionalità comune a tutti, più che sulla specificità africana. Questo gruppo di
intellettuali africani sono ancora una minoranza, ma molto significativa. Le sue
opinioni sembrano riflettere la mentalità di un numero sempre crescente di
africani. La mentalità della Négritude può essere ancora rappresentativa della
maggioranza degli intellettuali africani, ma va perdendo terreno rapidamente.
I sostenitori della Négritude e i loro avversari sono coinvolti da quasi tre
decenni in un dibattito incandescente sulla natura e l’obiettivo della filosofia
africana e sulle virtù e difetti della cultura africana tradizionale. In maniera
diametralmente opposta alla versione glorificata della Négritude, gli
intellettuali critici vedono la cultura tradizionale africana come il principale
fattore responsabile dei problemi dell’Africa, passati e presenti. Il dibattito
fra i sostenitori della Négritude e i suoi oppositori sembra essere arrivato ad
un’impasse: un dialogo fra sordi, fatto di sterili critiche reciproche. Ma sta
creando un’acuta coscienza dell’identità africana; un’identità molto più
dialettica, dinamica e complessa di quella proposta dalla Négritude. Sta
portando gli africani a prendere coscienza non solo della disintegrazione della
loro cultura, ma anche della disintegrazione della loro stessa esistenza, del
loro “essere al mondo”. Questa nuova presa di coscienza richiede soluzioni
nuove. Sia la mentalità della Négritude che la mentalità critica devono essere
sostituite da atteggiamenti creativi. Ogni africano deve aver la forza di usare
la propria mente. Deve abbordare i problemi concreti della vita con
determinazione. Deve superare l’eccessiva teorizzazione e le ideolgie di
violenza ed affrontamento, che sono caratteristiche di una mentalità che
continua ad essere colonizzata.
Le difficoltà dell’Africa e le sue cause
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Il dibattito fra pensatori africani conservatori e critici è
continuato anche dopo il raggiungimento dell’indipendenza. La lotta per
l’indipendenza in Africa era accompagnata da grandi aspettative.
Ci si attendeva che essa facesse nascere nuove capacità creative e portasse un
automatico miglioramento alle condizioni di vita della gente. Le grandi
aspettative diventarono presto una profonda delusione.
Per la maggior parte della gente le condizioni di vita peggiorarono rapidamente,
conducendo ad una situazione di totale miseria.
Molti intellettuali africani continuano a spiegare la crisi in termini di
influenze esterne: la tratta degli schiavi, la colonizzazione e la dipendenza
neo-coloniale. Il tribalismo - essi dicono - è una creazione dell’Occidente: è
il risultato delle politiche della tratta degli schiavi, aggravate dalla
politica del divide et impera delle potenze coloniali. Il despotismo, la
dittatura è pure un prodotto del colonialismo; i governi coloniali erano
totalitari, ed essi generarono lo spirito totalitario nei leader africani. Anche
la corruzione viene ad essere un risultato del colonialismo: era usata per
assicurarsi la cooperazione e il controllo della classe dirigente africana.
Questa spiegazione della crisi è stata assunta da molti africani. Offre loro una
scusante plausibile e permette loro di farsi una facile coscienza. Ma quasi
tutte queste ipotesi sono contestate attualmente dagli intellettuali critici.
La tratta degli schiavi fu possibile grazie alla collaborazione africana, al
grande numero di schiavi già esistente nella società tradizionale africana e
alle strutture per il mercato degli schiavi esistenti in tutto il continente. I
pensatori africani vogliono sapere perché l’Occidente ha colonizzato l’Africa e
non viceversa.
La colonizzazione, così come la tratta degli schiavi, fu possibile a motivo
della superiorità della tecnologia che ha fornito all’Occidente un maggior
potere economico e militare. Malgrado il fatto che gli africani fossero
familiari con questa tecnologia nascente, essi non compresero che i principi
meccanici applicati al funzionamento di queste macchine primitive avrebbero
prodotto una rivoluzione tecnologica. Questa mancanza di interesse per il nuovo
e la resistenza al cambiamento sono caratteristici della cultura tradizionale
africana.
Il tribalismo fu intensificato dalla tratta degli schiavi e dalla
colonizzazione, ma non fu creato da essi. Il tribalismo è una tipica
caratteristica africana, che corrisponde all’organizzazione della società su
basi claniche. La competizione per le nuove ma limitate opportunità create dalla
colonizzazione correva lungo le linee del clan. La frammentazione è endemica in
Africa. E’ vero che a partire dal VII secolo ci furono vasti stati ed imperi
nell’Africa nera, ma essi occupavano, in paragone, una piccola parte del
continente, mentre la parte maggiore era occupata da piccoli regni e territori
governati da un capo e che, spesso, corrispondevano ai confini del clan o della
tribù.
I capi tradizionali africani spesso erano scelti da un consiglio, fra un numero
limitato di persone qualificate. I capi erano assistiti da consiglieri che
rappresentavano le varie classi, caste o sezioni della popolazione. In questo
senso si può dire che c’era democrazia nel sistema tradizionale di esercitare
l’autorità. D’altra parte tutti, tanto capi che consiglieri, erano sottomessi al
despotismo della tradizione. Un sistema di tabù e la vigilanza degli antenati
davano forza alle regole e agli usi della tradizione.
Sembra che la corruzione generalizzata possa essere spiegata con la difficile
sovrapposizione di diversi sistemi di principi morali: l’etica tradizionale, che
aveva come supremo valore morale il bene del clan, e l’etica più universale,
portata dalla colonizzazione. L’etica tradizionale si sta disintegrando e il
nuovo sistema morale non ha ancora sostituito il vecchio. Tuttavia il principio
morale fondamentale “ il bene è ciò che è bene per il lignaggio e per il clan”
ha molto a che fare con la corruzione generalizzata dei nostri giorni.
Cultura africana: ostacolo o evoluzione?
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Nel dibattito fra intellettuali africani si afferma spesso che le
radici più profonde della crisi dell’Africa stanno nella cultura africana.
Naturalmente ci sono anche altre cause: instabilità politica, dipendenza
economica... Ma la cultura è la causa che sta alla radice e dalla quale le altre
dipendono.
Se proviamo a identificare quelle che tutti gli scrittori africani
considerano come le caratteristiche fondamentali comuni a tutte le culture
africane, troviamo le seguenti:
-Una concezione olistica della realtà, che implica che l’uomo si fonde
con la natura, è dominato dalla natura, deve vivere in armonia con essa ed ha un
dovere religioso verso di essa. La natura non deve essere conquistata e
trasformata per adeguarsi alle necessità degli uomini. L’uomo deve vivere in
simbiosi con la natura e fondersi con essa.
-Delle società basate su strutture claniche e un concetto comunitario
della vita umana. La struttura clanica è una delle pietre angolari più tenaci e
resistenti della cultura africana. Il lignaggio è il valore supremo e
assoluto: l’ etica tradizionale si incentra sul clan. Il lignaggio esercita un
controllo ferreo su gli individui, diminuendone l’iniziativa. Vivere in comunità
struttura la personalità dell’africano. La comunità viene prima della
soggettività. Questa insistenza sulla comunità arriva ad annullare
l’individualità? In generale gli intellettuali africani dicono che esiste un
equilibrio perfetto e che l’individuo si realizza nella e mediante la comunità.
Ma gli scrittori più critici affermano che la comunità opprime l’individuo e ne
reprime la creatività. Il concetto africano di persona, infatti, è progressivo.
Un bambino, un giovane non sono ancora persone; lo diventano in proporzione
della progressiva iniziazione ai principi e regole della società, che avviene
mediante riti. Durante tutto questo procedimento l’individuo viene imbevuto dei
principi e regole della società, li interiorizza e viene considerato persona
totalmente sviluppata solo dopo aver completato questo processo di
interiorizzazione. La persona, quindi, è totalmente identificata con la
tradizione.
-Un genere di conoscenza intuitivo, che evita la dicotomia soggetto
- oggetto, propria della conoscenza scientifica. Se la forma di conoscenza
occidentale è analitica, discorsiva e astratta, marca la differenza fra soggetto
ed oggetto e aspira a controllare la natura, la forma di conoscenza africana è
intuitiva, emozionale, per partecipazione ed aspira a mantenere con la natura
una relazione di amore e di abbandono. Gli africani danno per pacifico l’unità
delle facoltà della persona e la coincidenza del soggetto e dell’oggetto e in
questa maniera raggiungono una percezione estetica della realtà.
-Una concezione mistico - religiosa di causalità, che costituisce un
handicap per la scienza e la tecnologia. Anche gli africani conoscono il
concetto di causalità naturale tramite l’osservazione ordinaria e la tecnologia
tradizionale, ma per essi l’efficacia delle cause naturali è di carattere
secondario, essa dipende dalla causalità metafisico-religiosa, da Dio, gli
antenati, gli spiriti, i poteri magici e le forze occulte della natura. Questa
mentalità non favorisce la ricerca scientifica. Anche la tecnologia che viene
applicata sarà in conformità al modello esplicativo metafiso-religioso e sarà
una tecnologia “magica”, che intende agire sulle forze magiche, occulte, dalle
quali dipendono i fenomeni.
-Anche il modello di pensiero è differente. Il pensiero tradizionale
si basa sul consenso, è trasmesso fin dal tempo degli antenati e non ammette
alcuna spiegazione alternativa. Questo corpus di nozioni e spiegazioni che
proviene dagli antenati ed è trasmesso e spiegato dagli anziani non ammette
molti cambiamenti. La forma di conoscenza moderna, invece, è graduale, ogni
spiegazione, ogni teoria scientifica è in continuo processo di perfezionamento,
ed è in competizione con altre spiegazioni e teorie. Il ritmo lento, senza
innovazioni e cambiamenti, l’omogeneità della società, la trasmissione orale,
tutte caratteristiche delle società africane favoriscono il modello di pensiero
tradizionale.
Il pensiero moderno ottiene migliori risultati del pensiero tradizionale nel
campo delle cose inanimate. Al contrario nell’ambito delle relazioni sociali non
è la stessa cosa. Forse il pensiero tradizionale ottiene buoni risultati nel
terreno di confine del valori umanistici.
-Un concetto di tempo rivolto al passato e un conseguente
atteggiamento rilassato nei confronti del tempo. Per gli africani il tempo si
incentra nel passato e non ha quasi futuro. La percezione del tempo è
legata alla genealogia, alla vita del clan. L’età d’oro è l’era degli inizi
mitici, l’era degli antenati. Il futuro è pericoloso perché può riservare dei
cambiamenti che facciano deviare dal sentiero tracciato dagli antenati. A questo
concetto del tempo corrisponde una atteggiamento “rilassato” nel usare del
tempo, che influisce nel mettere la produttività africana fuori competitività
con le con le altre parti del mondo dove il tempo è percepito come un valore
economico (time is money !).
-Infine, la molteplicità delle lingue è un’altra caratteristica della
cultura africana e pone speciali problemi per l’unità degli stati e specialmente
per la padronanza e l’approfondimento di una lingua, richiesti dalla ricerca
scientifica e tecnologica.
Si arriva, quindi, inevitabilmente a porsi la domanda: la cultura
tradizionale africana è un ostacolo o un’evoluzione? Gli autori
tradizionalisti pensano che l’Africa per uscire dalla crisi debba rinnovarsi
tornando alle proprie radici, se non alle forme certamente allo spirito del
passato. Ben diverso e vario è il pensiero degli intellettuali “critici”. Alcuni
pensano che la cultura africana, pur continuando ad esser vitale, ha esercitato
e continua ad esercitare una influenza negativa. Per altri è la cultura africana
stessa che è moribonda e non può rinnovarsi. Il rinnovamento deve basarsi sulla
razionalità moderna; la rivoluzione scientifica e tecnologica presuppongono la
rivoluzione delle mentalità. Per altri, infine, la crisi africana interessa non
solo la mentalità ma l’esistenza stessa del popolo. Né il ritorno all’antico né
la razionalità moderna possono far uscire l’Africa dalla crisi, perché questa
sta disintegrando le strutture stesse dell’esistere, “dell’essere nel mondo”.
Ritorno al passato e razionalità moderna per l’africano sono dei semplici miti,
non sono effettivi. Gli africani devono trovare nuove forme di compromesso, una
razionalità originale per tornare a creare le loro condizioni di esistere:
“tornare a prendere coscienza di loro stessi e della loro esistenza”.
·
Un’altra domanda che viene in seguito alle
considerazioni precedenti riguarda la compatibilità della cultura africana
tradizionale con la scienza e la tecnologia moderna. Molti intellettuali
africani presuppongono questa compatibilità senza indagare ulteriormente. Una
minoranza di essi, sia tradizionali (K. C. Anyanwu, F. Diwara) che critici (Elungu
P. E. A., M. Towa), al contrario, sono convinti che la cultura tradizionale
africana e la scienza e tecnologia sono del tutto incompatibili, perché le loro
opzioni fondamentali vanno in direzioni opposte. La questione dei valori
africani nella vita moderna è un’altra versione della stessa domanda.
Possono sopravvivere i valori
africani tradizionali nel mondo moderno scientifico e tecnologico?
Possono portare un contributo alla cultura mondiale?
I valori africani tradizionali sono inevitabilmente destinati ad essere
influenzati profondamente dalla scienza e dalla tecnologia. Inoltre essi possono
ispirare il resto del mondo, ma non possono servire da modelli. Essi sono legati
al cerchio ristretto del clan e devono essere reinterpretati per essere adattati
alle società più vaste e per lasciare una più grande autonomia agli individui.
Un altro punto da prendere in considerazione è il concetto di cultura africana
che emerge dal presente dibattito e il suo impatto nella concezione del dialogo
culturale. Dal concetto statico di identità elaborato dal movimento Négritude,
gli scrittori critici sono passati ad una cultura di liberazione: dinamica,
dialettica e mirante al raggiungimento di potenza come condizione per ottenere
la dignità umana. Questo concetto di cultura influenza anche quello che
chiamiamo il dialogo delle culture.
Il dialogo interculturale è possibile e desiderabile, ma lungi
dall’essere un interscambio controllato, equo, condotto nel vicendevole rispetto
e considerazione, è piuttosto un confronto in condizioni di imparità, quasi una
battaglia fra culture, anche tenendo conto della disparità di mezzi di cui
dispongono le singole culture per svilupparsi, esprimersi ed espandersi. In una
situazione che è ben lontana dall’essere giusta ogni popolo deve cercare di
imprimere il proprio carattere su una cultura sempre più ugualitaria, per
evitare una eccessiva standardizzazione culturale.
Per quanto riguarda la natura dello sviluppo di cui ha bisogno l’Africa, tutti
sono d’accordo che, quantunque si debba mirare allo sviluppo di tutto l’essere
umano, nelle condizioni attuali dell’Africa lo sviluppo materiale ed economico è
una condizione necessaria per ogni ulteriore sviluppo umano. C’è bisogno dello
sviluppo della scienza e della tecnica, finalizzato all’uomo, sotto il controllo
di principi basilari etici.
·
Il quadro della cultura africana
disegnato in queste riflessioni e il futuro dell’Africa possono apparire cupi.
Bisognerebbe tuttavia sottolineare alcuni aspetti portatori di speranza. Il
dibattito sulla cultura africana e sull’identità africana sono serviti a
chiarificare l’autocoscienza dell’Africa. Una migliore conoscenza di se stessi è
indispensabile per una ulteriore crescita. In questa ricerca di un’
autocomprensione gli africani hanno dimostrato una grande onestà. Molti africani
cercano la verità e non rifuggono da essa, anche quando non è molto piacevole.
Sembra che sia incominciato qualcosa di nuovo, sia sul piano del pensiero che su
quello dell’azione. Al livello intellettuale si sta sviluppando una sintesi:
essa vuole includere tutte quelle posizioni che hanno aiutato a sviluppare una
più piena autocoscienza, anche quelle superate; essa invoca anche un concetto
etico di cultura. Il bisogno sentito di ristrutturare l’esistenza stessa degli
africani, può condurre a un corrispondente rinnovamento a livello dell’azione.
Gli africani stanno dimostrando la loro migliore iniziativa nel
nell’organizzazione e nell’azione sociale ed economica.
Se volessi esprimere in poche parole le conclusioni alle quali questo studio mi
ha condotto direi: Spero che gli africani lotteranno con determinazione per
raggiungere la razionalità moderna e perseguiranno con fermezza il processo di
individuazione. Spero che in futuro la cultura, sia africana che occidentale,
sarà etica e porrà l’accento sulle relazioni umane. Quando parlo di razionalità
moderna non penso ad una conoscenza scientifica riduttiva, che ignora il senso
dell’uomo e del mondo e persegue soltanto la scoperta e il controllo della
natura. La mia comprensione della razionalità moderna abbraccia sia la scienza
che la sapienza. Include, quindi, una ricerca sul mistero dell’uomo e la sua
aspirazione alla trascendenza e alla comunità.
E’ una razionalità che considera la persona umana, ogni persona umana, come il
supremo valore etico.
Fonte:Missionari d'Africa