Introduzione
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Una popolazione che si suddivide in una sessantina di gruppi etnici solo in
parte apparentati fra loro e, invece, nettamente distinti fra il Nord e il Sud
del Paese, regioni fra le quali è esistita e ancora esiste una tradizione di
rivalità territoriale assai marcata; una dipendenza quasi integrale da un solo
prodotto d'esportazione, il cotone, il cui prezzo di mercato è determinato da
una domanda che si realizza quasi tutta al di fuori del Paese, che è soggetto
alle fluttuazioni stagionali, che non è commestibile e quindi va venduto a
qualsiasi prezzo per provvedere la popolazione di alimenti e lo Stato di
introiti, che impoverisce i terreni, che è coltivato in enormi aziende la cui
proprietà è concentrata e spesso in mano a stranieri; un rapporto strettissimo
con l'ex madrepatria, dalla quale arrivano sostegno economico, consigli
politici, orientamento diplomatico; un debito pubblico che valeva all'incirca la
produzione di un'annata favorevole, per far fronte al quale è stato necessario
ridurre le spese pubbliche aumentando la disoccupazione e accrescendo le
tensioni sociali, senza per questo riuscire a risolvere radicalmente il
problema; una diffusione straordinaria dell'economia informale, specialmente nel
settore dei trasporti e del commercio transfrontalieri, che gonfiano oltre
misura il settore terziario.
Le possibilità attuali del Benin, come già per qualche tempo negli anni Ottanta,
sembrano risiedere prevalentemente nella sua posizione geografica e nei suoi
porti: da qui, infatti, devono passare le merci dirette alle regioni prive di
sbocco al mare, nell'interno del golfo di Guinea: Niger soprattutto, e poi Mali
e Burkina Faso da una parte, le regioni settentrionali della Nigeria dall'altra.
Il momento di massima fioritura economica del Paese coincise con la più grave
crisi degli Stati saheliani, quando buona parte degli aiuti alimentari e
strumentali che venivano avviati verso l'interno transitava per il porto di
Cotonou. Solo recentemente la posizione di transito è tornata a rivestire un
qualche interesse, in una fase che può essere definita di espansione economica
un po' per tutta l'area guineana; a questo fenomeno si è aggiunto l'aumento dei
prezzi internazionali del cotone, occasione che il Benin ha saputo cogliere
tempestivamente, ma che può venire a mancare rapidamente come si è creata. Al
tempo stesso, una ritrovata relativa stabilità istituzionale ha fornito
condizioni più interessanti che in passato per l'insediamento di attività
commerciali e finanziarie nel Paese, avviando una prima forma di effettiva
modernizzazione dell'economia e dei rapporti sociali in uno Stato che è, per
gran parte, ancora strutturato intorno alle produzioni di sussistenza e a quelle
di stampo coloniale.
Questo quadro si completa considerando la vita quotidiana della popolazione,
concentrata in condizioni spesso precarie lungo la costa (là dove i
colonizzatori bianchi fissarono i propri scali per la tratta degli schiavi,
incuranti della pessima qualità ambientale della regione, paludosa e
complessivamente malsana) e nelle città che vi sorgono, dispersa per il resto in
piccoli nuclei isolati e privi di servizi; in un caso e nell'altro ben lontana
da livelli qualitativi accettabili quanto a indicatori demografici e
socio-economici, e ancora largamente colpita da malattie tropicali altrove
debellate.
Un quadro che sarebbe desolante se non si potessero rilevare segnali di
miglioramento, lento ma abbastanza costante, nel corso degli anni più recenti e
relativamente ad alcuni indicatori significativi (come la speranza di vita), e
se non si fossero manifestate tendenze abbastanza chiare a forme di integrazione
economica di fatto con i Paesi confinanti: ed è probabilmente soprattutto da
queste prospettive di integrazione funzionale, che un Paese come il Benin può
aspettarsi una spinta determinante al miglioramento e al progresso materiale.