Introduzione
 

Forma di governo Repubblica
Superficie 582 646 kmq
Popolazione 29 008 000 abitanti (stima 1998) 50 ab./kmq
Capitale Nairobi
Divisione amministrativa 8 province
Unità monetaria Scellino del Kenya
Lingua ufficiale Kiswahili
Membro di Commonwealth, ONU e OUA, associato UE


 

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Abitualmente iI Kenya è considerato come il Paese più accogliente e meglio organizzato, per il turismo, di tutta l'Africa orientale e, nello stesso tempo, quello che offre le possibilità di viaggio più attraenti. Il clima temperato degli altipiani, le buone vie di comunicazione anche per le regioni più lontane, la varietà degli ambienti naturali, dalla costa tropicale alle cime innevate del grande massiccio omonimo (ben oltre i 5000 metri), e, non da ultimi, i numerosi parchi nazionali, forse i più affascinanti fra tutte le riserve di fauna selvaggia esistenti al mondo, ne hanno fatto una meta davvero ambita. Anche gli amanti di un turismo stanziale e prevalentemente ludico, come quello balneare, trovano nel litorale da Mombasa a Malindi una vera costellazione di alberghi e villaggi di ogni tipo, base piacevolissima per un safari nelle regioni dell'interno, ormai quasi immancabilmente compreso nel "pacchetto turistico Kenya" offerto dai tour operators internazionali.
Ad una più attenta osservazione geo-storica, tuttavia, il Kenya mostra vicende e problemi complessi, che vanno ben oltre un'immagine in larga misura stereotipa e legata al consumismo. Terra di popolamento antichissimo e di civiltà evolute già migliaia di anni prima di Cristo, fu conosciuta dagli Europei nel pieno periodo delle grandi scoperte geografiche, alla fine del Quattrocento, quando vi sbarcò Vasco da Gama, dando avvio ad una colonizzazione portoghese destinata a durare un paio di secoli, per essere poi sostituita dalla dominazione del sultano di 'Oman, avvio di quella influenza e di quei rapporti con la Penisola Arabica che si sarebbero mantenuti intensi sulle coste dell'Africa orientale.
La vera vicenda coloniale del Kenya inizia, però, relativamente tardi, sul finire del XIX secolo, con l'arrivo degli Inglesi a contrastare possibili mire germaniche alimentate da alcune spedizioni esplorative. Invero, l'interesse maggiore si rivolgeva, in un primo tempo, ai territori della vicina Uganda, collegata per ferrovia al porto di Mombasa; ma proprio uno dei cantieri per la costruzione di questa linea, presso il villaggio di Nairobi, doveva dare origine alla futura capitale kenyota, spostando l'attenzione sui vasti altipiani, fertili e climaticamente favorevoli, occupati prevalentemente dai Kikuyu, agricoltori, e dai Masai, pastori, allora colpiti da una serie di calamità naturali (epidemie, carestie, peste bovina) che sembravano indebolirne la resistenza, enfatizzando anzi i lati positivi dell'intervento da parte dei coloni bianchi, ben più evoluti e attrezzati.
In realtà, le culture locali si opponevano da subito ­ dando prova di una maturità sorprendente ­ ai metodi "legalitari" di occupazione dei terreni da parte degli Europei, che trasformavano la regione centrale, durante il primo decennio del XX secolo, in veri e propri White Highlands, relegando le popolazioni locali nelle riserve indigene o nella condizione di squatters, servitori privi di ogni diritto. Già all'inizio degli anni Venti esplodevano rivolte (duramente represse) appoggiate alla tesi, del tutto plausibile, che la radicale diversità dei sistemi giuridici non consentisse l'applicazione delle ordinanze con cui la corona britannica aveva avocato a sé la proprietà fondiaria laddove essa non fosse dimostrabile da parte degli autoctoni.
Mentre dunque gli Europei valorizzavano le loro piantagioni, i Kikuyu dovevano vivere coltivando, in media, appena 4-5 ha per famiglia (composta da oltre cinque persone; ma in alcune riserve si scendeva appena ad 1,5 ha): considerando che gli Africani praticavano, tradizionalmente, un'agricoltura estensiva e itinerante, con una rotazione pluriennale dei fondi coltivati, si comprende come essi fossero ormai costretti a sfruttare al massimo ogni piccolo ritaglio di terreno, accelerando drasticamente il processo di impoverimento e di degrado dei suoli. In più, l'estensione delle riserve su spazi prima destinati al pascolo acuiva i contrasti etnici, in particolare con i Masai. Questa situazione sfociava, nel secondo dopoguerra, in movimenti politici da un lato, che facevano emergere una delle figure salienti della decolonizzazione africana, Jomo Kenyatta; e in sempre più diffuse azioni di guerriglia dall'altro, che portavano alla ribalta delle cronache i feroci Mau-Mau.
L'indipendenza non risolveva, tuttavia, i problemi del Paese: anzi, per certi versi, li acuiva. Costretto a ricercare innanzi tutto l'autosufficienza alimentare per una popolazione che faceva registrare i tassi di incremento naturale più elevati del mondo, addirittura quadruplicandosi fra il 1950 e il 1990, il governo puntava sulla riorganizzazione del settore primario e dell'insediamento rurale, impiegando persino metodologie avanzate della ricerca regionale come la teoria delle località centrali. A contrastare questo processo di sviluppo equilibrato si poneva tuttavia, paradossalmente, il fenomeno turistico, sostenuto da una politica di protezione ambientale anch'essa lungimirante: nel 1975, un "libro bianco" segnava orientamenti di conservazione del patrimonio naturalistico e storico ben più ambiziosi di quelli maturati, all'epoca, in molti Stati europei, ponendo l'obiettivo di destinare il 5% del territorio a parchi e riserve, e addirittura l'80% ad attività compatibili con la presenza di animali selvatici.
Si creava una violenta competizione per l'uso del suolo, che produceva risultati opposti alle intenzioni, scatenando il bracconaggio (addirittura transfrontaliero, sui confini con la Somalia e la Tanzania), mentre la massificazione dei flussi turistici faceva il resto. Ormai lontani i tempi in cui pochi visitatori accedevano ai treetops, originali strutture ricettive realizzate sui rami più alti di alberi secolari, per ammirare leoni ed elefanti in libertà, centinaia di veicoli provenienti dalle affollate località balneari percorrevano le piste tracciate nei parchi, stringendo ovunque d'assedio (anche se soltanto per scattare fotografie) gli esemplari superstiti di un patrimonio faunistico in drastica e continua diminuzione. Esempio di come un Paese del "terzo mondo", pur attivando buoni strumenti di programmazione, non sia in grado di calibrarne gli effetti sui mercati internazionali, con il rischio di vederne ridotti anche i benefici economici: raggiunto un picco di 900 000 visitatori nel 1990, i flussi turistici diretti nel Kenya si sono ridimensionati proprio per effetto delle contraddizioni prodotte da una crescita incontrollata; e quando hanno manifestato segni di ripresa, sul finire del decennio, sono intervenuti i violenti contrasti etnici e politici interni a frenarli di nuovo.
L'economia finisce così per rallentare, senza avere peraltro mai sperimentato ritmi di crescita paragonabili ad altre aree emergenti, e il processo di privatizzazione, sollecitato dagli organismi internazionali come condizione per mantenere gli aiuti finanziari, non può fare miracoli, anche perché insiste su strutture nel complesso modeste, come quella delle telecomunicazioni. Nota positiva è il rallentamento della crescita demografica, che lascia comunque una base di età molto giovane e valori di sviluppo sociale ancora depressi. Un futuro, insomma, fatto di speranze assai più che di certezze.