Introduzione
| Forma di governo | Repubblica |
| Superficie | 582 646 kmq |
| Popolazione | 29 008 000 abitanti (stima 1998) 50 ab./kmq |
| Capitale | Nairobi |
| Divisione amministrativa | 8 province |
| Unità monetaria | Scellino del Kenya |
| Lingua ufficiale | Kiswahili |
| Membro di | Commonwealth, ONU e OUA, associato UE |
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Ad una più attenta osservazione geo-storica, tuttavia, il Kenya mostra vicende e
problemi complessi, che vanno ben oltre un'immagine in larga misura stereotipa e
legata al consumismo. Terra di popolamento antichissimo e di civiltà evolute già
migliaia di anni prima di Cristo, fu conosciuta dagli Europei nel pieno periodo
delle grandi scoperte geografiche, alla fine del Quattrocento, quando vi sbarcò
Vasco da Gama, dando avvio ad una colonizzazione portoghese destinata a durare
un paio di secoli, per essere poi sostituita dalla dominazione del sultano di
'Oman, avvio di quella influenza e di quei rapporti con la Penisola Arabica che
si sarebbero mantenuti intensi sulle coste dell'Africa orientale.
La vera vicenda coloniale del Kenya inizia, però, relativamente tardi, sul
finire del XIX secolo, con l'arrivo degli Inglesi a contrastare possibili mire
germaniche alimentate da alcune spedizioni esplorative. Invero, l'interesse
maggiore si rivolgeva, in un primo tempo, ai territori della vicina Uganda,
collegata per ferrovia al porto di Mombasa; ma proprio uno dei cantieri per la
costruzione di questa linea, presso il villaggio di Nairobi, doveva dare origine
alla futura capitale kenyota, spostando l'attenzione sui vasti altipiani,
fertili e climaticamente favorevoli, occupati prevalentemente dai Kikuyu,
agricoltori, e dai Masai, pastori, allora colpiti da una serie di calamità
naturali (epidemie, carestie, peste bovina) che sembravano indebolirne la
resistenza, enfatizzando anzi i lati positivi dell'intervento da parte dei
coloni bianchi, ben più evoluti e attrezzati.
In realtà, le culture locali si opponevano da subito dando prova di una
maturità sorprendente ai metodi "legalitari" di occupazione dei terreni da
parte degli Europei, che trasformavano la regione centrale, durante il primo
decennio del XX secolo, in veri e propri White Highlands, relegando le
popolazioni locali nelle riserve indigene o nella condizione di squatters,
servitori privi di ogni diritto. Già all'inizio degli anni Venti esplodevano
rivolte (duramente represse) appoggiate alla tesi, del tutto plausibile, che la
radicale diversità dei sistemi giuridici non consentisse l'applicazione delle
ordinanze con cui la corona britannica aveva avocato a sé la proprietà fondiaria
laddove essa non fosse dimostrabile da parte degli autoctoni.
Mentre dunque gli Europei valorizzavano le loro piantagioni, i Kikuyu dovevano
vivere coltivando, in media, appena 4-5 ha per famiglia (composta da oltre
cinque persone; ma in alcune riserve si scendeva appena ad 1,5 ha): considerando
che gli Africani praticavano, tradizionalmente, un'agricoltura estensiva e
itinerante, con una rotazione pluriennale dei fondi coltivati, si comprende come
essi fossero ormai costretti a sfruttare al massimo ogni piccolo ritaglio di
terreno, accelerando drasticamente il processo di impoverimento e di degrado dei
suoli. In più, l'estensione delle riserve su spazi prima destinati al pascolo
acuiva i contrasti etnici, in particolare con i Masai. Questa situazione
sfociava, nel secondo dopoguerra, in movimenti politici da un lato, che facevano
emergere una delle figure salienti della decolonizzazione africana, Jomo
Kenyatta; e in sempre più diffuse azioni di guerriglia dall'altro, che portavano
alla ribalta delle cronache i feroci Mau-Mau.
L'indipendenza non risolveva, tuttavia, i problemi del Paese: anzi, per certi
versi, li acuiva. Costretto a ricercare innanzi tutto l'autosufficienza
alimentare per una popolazione che faceva registrare i tassi di incremento
naturale più elevati del mondo, addirittura quadruplicandosi fra il 1950 e il
1990, il governo puntava sulla riorganizzazione del settore primario e
dell'insediamento rurale, impiegando persino metodologie avanzate della ricerca
regionale come la teoria delle località centrali. A contrastare questo processo
di sviluppo equilibrato si poneva tuttavia, paradossalmente, il fenomeno
turistico, sostenuto da una politica di protezione ambientale anch'essa
lungimirante: nel 1975, un "libro bianco" segnava orientamenti di conservazione
del patrimonio naturalistico e storico ben più ambiziosi di quelli maturati,
all'epoca, in molti Stati europei, ponendo l'obiettivo di destinare il 5% del
territorio a parchi e riserve, e addirittura l'80% ad attività compatibili con
la presenza di animali selvatici.
Si creava una violenta competizione per l'uso del suolo, che produceva risultati
opposti alle intenzioni, scatenando il bracconaggio (addirittura
transfrontaliero, sui confini con la Somalia e la Tanzania), mentre la
massificazione dei flussi turistici faceva il resto. Ormai lontani i tempi in
cui pochi visitatori accedevano ai treetops, originali strutture
ricettive realizzate sui rami più alti di alberi secolari, per ammirare leoni ed
elefanti in libertà, centinaia di veicoli provenienti dalle affollate località
balneari percorrevano le piste tracciate nei parchi, stringendo ovunque
d'assedio (anche se soltanto per scattare fotografie) gli esemplari superstiti
di un patrimonio faunistico in drastica e continua diminuzione. Esempio di come
un Paese del "terzo mondo", pur attivando buoni strumenti di programmazione, non
sia in grado di calibrarne gli effetti sui mercati internazionali, con il
rischio di vederne ridotti anche i benefici economici: raggiunto un picco di 900
000 visitatori nel 1990, i flussi turistici diretti nel Kenya si sono
ridimensionati proprio per effetto delle contraddizioni prodotte da una crescita
incontrollata; e quando hanno manifestato segni di ripresa, sul finire del
decennio, sono intervenuti i violenti contrasti etnici e politici interni a
frenarli di nuovo.
L'economia finisce così per rallentare, senza avere peraltro mai sperimentato
ritmi di crescita paragonabili ad altre aree emergenti, e il processo di
privatizzazione, sollecitato dagli organismi internazionali come condizione per
mantenere gli aiuti finanziari, non può fare miracoli, anche perché insiste su
strutture nel complesso modeste, come quella delle telecomunicazioni. Nota
positiva è il rallentamento della crescita demografica, che lascia comunque una
base di età molto giovane e valori di sviluppo sociale ancora depressi. Un
futuro, insomma, fatto di speranze assai più che di certezze.