Introduzione
 

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La Mauritania «costituita a colonia nel 1920, comprende una parte del Sahara (835 000 kmq) che si affaccia all'Atlantico fra il Marocco spagnolo e il Senegal. Ha poco più di mezzo milione di abitanti, per quattro quinti Mauri musulmani e, nel Sud, Negri. Unica risorsa l'allevamento nomade o seminomade: cammelli (oltre 100 000), bovini (500 000), pecore e capre (1 700 000). Vaste aree del deserto, specialmente ad oriente, sono assolutamente disabitate; le località con popolazione permanente sono pochissime. Il capoluogo è Port-Étienne sulla costa, al riparo del Capo Bianco. Da Nuakchott sulla costa, molto più a sud, si diparte una pista camionabile diretta a Tinduf nell'Algeria meridionale.
La Mauritania è rappresentata da un deputato sia nell'Assemblea Nazionale, sia nel Consiglio della Repubblica, sia nell'Assemblea dell'Unione Francese». Era questa l'intera trattazione del Paese, ancora nel 1954, da parte del grande geografo italiano Roberto Almagià ne Il mondo attuale, poderosa opera di divulgazione in cui al Marocco, per confronto, erano dedicate oltre 40 pagine, dove si ricordava che il coronimo Mauritania, dall'epoca della conquista romana, era stato attribuito appunto al territorio marocchino, attestandone l'unità e l'individualità. Quadro che, nella sua estrema sintesi, indicava un'entità politica assolutamente marginale nel panorama mondiale, evidenziandone le condizioni geografiche di assoluto determinismo: area in cui il deserto sabbioso domina con la sua morfologia ad assetto variabile fatta di dune mobili, subecumenica se non del tutto anecumenica sotto il profilo del popolamento (all'epoca, appena un abitante ogni due kmq), percorsa soltanto dagli "uomini blu", nomadi così denominati per le tracce di colore lasciate sui loro corpi dal tipico indumento, il draa (una sorta di lungo camicione), tessuto in cotone e tinto di indaco. Eppure, proprio questi nomadi avevano tenuto in vita, da sempre, il territorio, non solo praticando la pastorizia ma anche favorendo gli scambi di grano e manufatti, da nord, con miglio e bestiame, da sud, e, soprattutto, conservando inalterata una cultura nobile e fiera, capace di fronteggiare l'ostilità, davvero drastica, dell'ambiente naturale.
In solo mezzo secolo, la Mauritania ha subito un'evoluzione notevolissima. Certo, le condizioni del determinismo non sono cambiate; anzi, le ripetute crisi di siccità, che hanno colpito l'intera fascia del Sahel dagli anni Settanta, sembrerebbero averle persino accentuate, costringendo molti di quei nomadi a inurbarsi sulla costa, e ad affollare le periferie precarie di una capitale, Nouakchott, che ha superato da sola i 700 000 abitanti. Nel complesso, con Nouadhibou (l'ex Port-Étienne) e altri centri aventi per lo più funzioni amministrative, il tasso di urbanizzazione è salito a quasi il 55%, valore da Paese sviluppato, mentre, in realtà, i servizi offerti alla popolazione rimangono assai modesti.
Il Paese, tuttavia, ha compiuto innegabili progressi, legati in particolare allo sfruttamento di ingenti giacimenti ferriferi ubicati nel retroterra della regione nord-occidentale, che ha assorbito inizialmente manodopera per ben 15 000 unità (massa enorme, in confronto alla consistenza demografica totale) e reso necessaria l'introduzione di un elemento di modernizzazione fondamentale come la ferrovia. Il ridimensionamento della siderurgia europea, in particolare francese e italiana, principale cliente delle esportazioni mauritane, ha poi ridotto l'incidenza del settore minerario sia sull'occupazione sia sulla bilancia commerciale, la quale ultima vi si fonda pur sempre nella misura del 40%: una forma di "monocoltura" diffusissima negli Stati africani decolonizzati, e comunque essenziale a fronte della scarsità complessiva di risorse. Non si può dire che il livello di reddito pro capite ne abbia beneficiato più di tanto: in termini di potere d'acquisto, peraltro, l'indicatore relativo consente alla Mauritania di staccarsi nettamente dal novero dei Paesi dell'area saheliana, registrando tassi di crescita del prodotto lordo davvero interessanti, ancorché inferiori a quel 7% stimato, alla fine degli anni Novanta, come necessario per far uscire dalla condizione di povertà la metà della popolazione che ancora vi si trova immersa. Condizione attestata da valori dell'indice di sviluppo umano tuttora depressi, soprattutto per quanto riguarda l'istruzione e le strutture socio-sanitarie, con pesanti conseguenze sulla mortalità infantile e la speranza di vita media.
Restano gli aspetti geopolitici, ed anche qui luci e ombre si alternano. Il Paese segue ancora l'onda del colpo di Stato verificatosi alla metà degli anni Ottanta, che ha consentito, da un lato, la progressiva introduzione del multipartitismo, tuttavia più formale che sostanziale (le prime vere elezioni legislative, dall'indipendenza, si sono svolte soltanto nel 1996 su una base anagrafica a dir poco incerta e con risultati decisamente "totalitari"), senza fugare, dall'altro, le perplessità su una gestione del potere di fatto autoritaria. I rapporti con gli Stati vicini, accantonata la situazione dell'ex Sahara spagnolo e assestatasi poco oltre il milione di kmq la superficie territoriale, scontano l'evidente labilità di confini "artificiali", specie nell'area sahariana, ma vedono anche positive collaborazioni, per esempio con Senegal e Mali, per la valorizzazione delle acque del fiume Senegal, che consentirebbe di estendere l'agricoltura irrigua nella regione meridionale; mentre accordi con l'Unione Europea per la pesca favoriscono l'ulteriore diversificazione dell'economia in un settore dotato di elevate potenzialità.
Anche la sensibilità dimostrata per le raccomandazioni del Fondo Monetario ha contribuito ad accrescere la credibilità internazionale del Paese, che ha beneficiato, alle soglie del Duemila, di una consistente riduzione del proprio debito estero. Così, questo lembo d'Africa, fino a pochi decenni or sono quasi dimenticato, prosegue il cammino verso una propria, più matura, identità.