Introduzione
|
Clicca sulla cartina per l'ingrandimento
|
La Mauritania è rappresentata da un deputato sia nell'Assemblea Nazionale, sia
nel Consiglio della Repubblica, sia nell'Assemblea dell'Unione Francese». Era
questa l'intera trattazione del Paese, ancora nel 1954, da parte del grande
geografo italiano Roberto Almagià ne Il mondo attuale, poderosa opera di
divulgazione in cui al Marocco, per confronto, erano dedicate oltre 40 pagine,
dove si ricordava che il coronimo Mauritania, dall'epoca della conquista
romana, era stato attribuito appunto al territorio marocchino, attestandone
l'unità e l'individualità. Quadro che, nella sua estrema sintesi, indicava
un'entità politica assolutamente marginale nel panorama mondiale, evidenziandone
le condizioni geografiche di assoluto determinismo: area in cui il deserto
sabbioso domina con la sua morfologia ad assetto variabile fatta di dune mobili,
subecumenica se non del tutto anecumenica sotto il profilo del popolamento
(all'epoca, appena un abitante ogni due kmq), percorsa soltanto dagli "uomini
blu", nomadi così denominati per le tracce di colore lasciate sui loro corpi dal
tipico indumento, il draa (una sorta di lungo camicione), tessuto in
cotone e tinto di indaco. Eppure, proprio questi nomadi avevano tenuto in vita,
da sempre, il territorio, non solo praticando la pastorizia ma anche favorendo
gli scambi di grano e manufatti, da nord, con miglio e bestiame, da sud, e,
soprattutto, conservando inalterata una cultura nobile e fiera, capace di
fronteggiare l'ostilità, davvero drastica, dell'ambiente naturale.
In solo mezzo secolo, la Mauritania ha subito un'evoluzione notevolissima.
Certo, le condizioni del determinismo non sono cambiate; anzi, le ripetute crisi
di siccità, che hanno colpito l'intera fascia del Sahel dagli anni Settanta,
sembrerebbero averle persino accentuate, costringendo molti di quei nomadi a
inurbarsi sulla costa, e ad affollare le periferie precarie di una capitale,
Nouakchott, che ha superato da sola i 700 000 abitanti. Nel complesso, con
Nouadhibou (l'ex Port-Étienne) e altri centri aventi per lo più funzioni
amministrative, il tasso di urbanizzazione è salito a quasi il 55%, valore da
Paese sviluppato, mentre, in realtà, i servizi offerti alla popolazione
rimangono assai modesti.
Il Paese, tuttavia, ha compiuto innegabili progressi, legati in particolare allo
sfruttamento di ingenti giacimenti ferriferi ubicati nel retroterra della
regione nord-occidentale, che ha assorbito inizialmente manodopera per ben 15
000 unità (massa enorme, in confronto alla consistenza demografica totale) e
reso necessaria l'introduzione di un elemento di modernizzazione fondamentale
come la ferrovia. Il ridimensionamento della siderurgia europea, in particolare
francese e italiana, principale cliente delle esportazioni mauritane, ha poi
ridotto l'incidenza del settore minerario sia sull'occupazione sia sulla
bilancia commerciale, la quale ultima vi si fonda pur sempre nella misura del
40%: una forma di "monocoltura" diffusissima negli Stati africani decolonizzati,
e comunque essenziale a fronte della scarsità complessiva di risorse. Non si può
dire che il livello di reddito pro capite ne abbia beneficiato più di tanto: in
termini di potere d'acquisto, peraltro, l'indicatore relativo consente alla
Mauritania di staccarsi nettamente dal novero dei Paesi dell'area saheliana,
registrando tassi di crescita del prodotto lordo davvero interessanti, ancorché
inferiori a quel 7% stimato, alla fine degli anni Novanta, come necessario per
far uscire dalla condizione di povertà la metà della popolazione che ancora vi
si trova immersa. Condizione attestata da valori dell'indice di sviluppo umano
tuttora depressi, soprattutto per quanto riguarda l'istruzione e le strutture
socio-sanitarie, con pesanti conseguenze sulla mortalità infantile e la speranza
di vita media.
Restano gli aspetti geopolitici, ed anche qui luci e ombre si alternano. Il
Paese segue ancora l'onda del colpo di Stato verificatosi alla metà degli anni
Ottanta, che ha consentito, da un lato, la progressiva introduzione del
multipartitismo, tuttavia più formale che sostanziale (le prime vere elezioni
legislative, dall'indipendenza, si sono svolte soltanto nel 1996 su una base
anagrafica a dir poco incerta e con risultati decisamente "totalitari"), senza
fugare, dall'altro, le perplessità su una gestione del potere di fatto
autoritaria. I rapporti con gli Stati vicini, accantonata la situazione dell'ex
Sahara spagnolo e assestatasi poco oltre il milione di kmq la superficie
territoriale, scontano l'evidente labilità di confini "artificiali", specie
nell'area sahariana, ma vedono anche positive collaborazioni, per esempio con
Senegal e Mali, per la valorizzazione delle acque del fiume Senegal, che
consentirebbe di estendere l'agricoltura irrigua nella regione meridionale;
mentre accordi con l'Unione Europea per la pesca favoriscono l'ulteriore
diversificazione dell'economia in un settore dotato di elevate potenzialità.
Anche la sensibilità dimostrata per le raccomandazioni del Fondo Monetario ha
contribuito ad accrescere la credibilità internazionale del Paese, che ha
beneficiato, alle soglie del Duemila, di una consistente riduzione del proprio
debito estero. Così, questo lembo d'Africa, fino a pochi decenni or sono quasi
dimenticato, prosegue il cammino verso una propria, più matura, identità.