Introduzione
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Il regime dell'apartheid che in lingua afrikaans significa "sviluppo
separato" fu formalmente adottato nel 1948 dopo la vittoria elettorale del
National Party, emanazione politica degli Afrikaner (noti anche come Boeri,
discendenti dei primi coloni olandesi stanziatisi nella regione nel 1652). Le
leggi dell'apartheid classificavano i cittadini in quattro gruppi
razziali: bianco, bantu (neri africani), coloured (persone con
discendenza mista) e asiatico (Indiani e Pakistani). Erano prescritti i luoghi
in cui ciascun gruppo poteva vivere, che genere di lavori poteva esercitare e a
che tipo di sistema scolastico poteva accedere. Il sistema dell'apartheid
proibiva quasi tutte le relazioni interrazziali, istituiva luoghi pubblici
separati per i vari gruppi ed escludeva i non Bianchi da ogni forma di
rappresentanza politica.
La costituzione nel 1951 dei Bantustan (detti anche Black Homelands),
aree indipendenti riservate ai vari gruppi etnici bantu, accortamente delimitate
sul territorio in modo da escludervi ogni elemento economicamente rilevante
(risorse minerarie, siti industriali, vie di comunicazione, terre fertili),
rappresentò il compimento della politica dell'apartheid. Questo sistema
mantenne ininterrottamente al potere il National Party, che isolò e represse
ogni tentativo di rivendicazione anche moderata e, in cambio di un
incondizionato appoggio elettorale, garantì ai Bianchi una situazione di
assoluto privilegio, oltre che condizioni di sicurezza generale.
La longevità che l'apartheid ha dimostrato, nonostante la condanna e la
messa al bando della comunità internazionale, è dovuta in buona misura al suo
forte contenuto economico, a sua volta direttamente ricollegabile alla
straordinaria ricchezza del sottosuolo sudafricano. Il primo diamante di oltre
21 carati venne scoperto nel 1867 a Hopetown lungo le rive dell'Orange, mentre i
primi giacimenti auriferi furono localizzati pochi anni dopo, nel 1873, presso
Lydenburg nel Transvaal orientale. Da questi primi rinvenimenti ha avuto inizio
un'intensa e incessante attività estrattiva che ha portato il Sudafrica a essere
il primo produttore mondiale di oro (di cui detiene quasi la metà delle riserve
planetarie) e il terzo produttore di diamanti. Ne arricchiscono il patrimonio
minerario anche carbone, manganese, platino, cromo, vanadio, uranio, per citare
solo le principali fra le risorse che hanno reso così appetibile questo lembo
australe del continente africano.
Diversamente però dalle ex colonie europee in terra d'Africa, che hanno seguito
percorsi di decolonizzazione caratterizzati dalla fuoriuscita spesso
frettolosa, come nel caso dei possedimenti portoghesi della componente bianca,
il Sudafrica si è andato configurando come un Paese autenticamente
multirazziale, in cui la minoranza bianca si è sempre sentita "a casa propria" e
"africana", a suo modo. Di qui la necessità per quest'ultima di salvaguardare,
attraverso una rigidissima politica di segregazione e discriminazione razziale,
un sistema di derivazione coloniale basato sulla propria egemonia. Il dominio
della minoranza bianca si è andato quindi consolidando in un complesso intreccio
di interessi politici ed economici, che ha preso le mosse dal processo di
accumulazione verificatosi nel settore minerario già a partire dalla seconda
metà del XIX secolo, ma che ha ben presto coinvolto nella sua trama di
interrelazioni anche il comparto manifatturiero e il mondo della finanza,
configurandosi come un insieme indissolubile di interessenze rette dal capitale
bianco, il cui perpetrarsi veniva garantito proprio dalla politica di
apartheid. Alla fine degli anni Ottanta il sistema dell'apartheid
appariva tuttavia inadeguato ad affrontare una realtà mondiale sempre più
caratterizzata dall'interdipendenza e dalla globalizzazione. A tali processi il
Sudafrica partecipava in misura assai marginale a causa del boicottaggio
commerciale e finanziario messo in atto da gran parte della comunità
internazionale, che aveva orientato l'economia sudafricana verso il sentiero
autarchico dell'import substitution, ossia della trasformazione in
loco delle risorse endogene, al di fuori dei circuiti mercantili mondiali.
Accanto all'opposizione politica, anche i meccanismi dell'economia hanno quindi
cominciato a erodere le basi del sistema: se da un lato l'Occidente aveva
bisogno delle risorse naturali sudafricane, dall'altro Pretoria non poteva più
fare a meno dei capitali e della tecnologia dell'Occidente, e settori sempre più
consistenti e autorevoli della società bianca hanno iniziato a collaborare allo
smantellamento dell'apparato razzista per non essere travolti dalla spirale
involutiva in cui il Paese stava scivolando. Anche così si spiega il successo di
un percorso di radicale mutamento politico e sociale quale è stato quello
sudafricano, mutamento che fino a pochi anni prima appariva assai lontano e
improbabile.
Il retaggio dell'apartheid è tuttavia ancora molto pesante. In Sudafrica
Primo e Terzo Mondo hanno sempre vissuto l'uno accanto all'altro in stridente
contrasto, e questo contrasto tra una società opulenta e "occidentale" fatta
di città moderne, di infrastrutture efficienti, di aziende tecnologicamente
avanzate, di tenori di vita elevati e realtà sociali, economiche e insediative
tipiche del sottosviluppo è la logica conseguenza della politica di segregazione
razziale. Secondo un recente rapporto della Banca Mondiale, il Sudafrica è
ancora uno dei Paesi con il più alto livello di disparità nella distribuzione
del reddito. Un semplice dato chiarirà l'entità del fenomeno: l'ammontare dei
consumi della fascia sociale più povera, che rappresenta il 53% della
popolazione, è pari a quello della fascia più alta, appena il 6%. Anche sotto il
profilo dei servizi sociali sussistono enormi diseguaglianze. Due esempi
paradossali: nonostante la ricchezza di risorse minerarie, due terzi delle
abitazioni sono ancora senza elettricità; nel Paese in cui negli anni Sessanta
Christian Barnard eseguì la prima operazione di trapianto cardiaco, la
maggioranza della popolazione non può usufruire di servizi sanitari moderni ed
efficienti. Il contrasto diventa poi ancora più evidente se si osserva la trama
urbana sudafricana: ai margini di città ricche, moderne e dall'aspetto europeo
sorgono le fatiscenti townships destinate alla popolazione di colore, che
un poderoso inurbamento ha trasformato in vere e proprie realtà urbane
parallele.
Saranno necessari decenni per ricondurre il divario a livelli accettabili. È
questa la grande sfida per la nuova dirigenza sudafricana rappresentata dal
successore di Mandela, Thabo Mbeki, che eredita l'ambizioso Programma di
ricostruzione e sviluppo varato nel 1994 e rivolto in via prioritaria alla
riduzione delle diseguaglianze sociali e spaziali generate da decenni di
apartheid. Significativo il discorso inaugurale al Parlamento dell'allora
neoeletto presidente Mandela, che impegnava il suo governo a «creare una società
libera dal bisogno, dalla fame, dalla privazione, dall'ignoranza e dalla paura»,
una società che evidentemente il Sudafrica non aveva mai conosciuto fino ad
allora.
Alle soglie del XXI secolo il Sudafrica è radicalmente mutato nelle premesse
istituzionali e nel godimento dei diritti civili e politici. Non altrettanto può
dirsi sotto il profilo della distribuzione della ricchezza e della diffusione
del benessere. Qualche risultato si comincia tuttavia a osservare: anche se i
settori minerario, industriale e finanziario sono ancora nelle mani della
minoranza bianca, è in corso un processo di inserimento di managers e
dirigenti di colore in posizioni tradizionalmente riservate ai Bianchi. Si sta
inoltre aprendo la strada alla diversificazione della proprietà delle principali
holdings industriali e alle opportunità di investimento da parte di
consorzi finanziari che rappresentano gruppi di interesse neri.
Anche sul fronte delle relazioni internazionali la posizione del Sudafrica è
profondamente cambiata: bandito dalla comunità internazionale fino ai primi anni
Novanta, il Paese ha intrapreso con successo una politica di reinserimento nella
scena mondiale, grazie anche al prestigio e alla popolarità di Mandela. Il
Sudafrica è membro di numerosi organismi e trattati sovranazionali, come per
esempio la Southern African Development Community (SADC), della quale ha
addirittura detenuto la presidenza di turno dal 1996 al 1999, e la Convenzione
di Lomé, che lega l'Unione Europea a più di 70 Paesi di Africa, Caraibi e
Pacifico.
L'interrogativo finale riguarda l'effettiva consistenza e durevolezza del
cambiamento sudafricano. Le premesse sembrano promettenti. La cerimonia di
elezione di Thabo Mbeki alla carica di presidente della Repubblica ha avuto
luogo in un Parlamento "coloratissimo": i 400 deputati dell'Assemblea nazionale
erano vestiti con tuniche ricamate, sari indiani, turbanti multicolori ed
eleganti abiti occidentali. È auspicabile che una simile varietà culturale, che
testimonia di un'equa partecipazione di tutti i gruppi etnici alla vita politica
del Paese, si trasferisca presto nelle strade, nelle fabbriche, nelle miniere,
nelle banche, per rendere visibili e tangibili i frutti del "nuovo corso"
sudafricano.