Introduzione
 


 

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Fino alla fine degli anni Ottanta del XX secolo Sudafrica è stato sinonimo di razzismo, di discriminazione, di intolleranza: in una parola, di apartheid. Il Paese ha storicamente evocato immagini di separazioni nette, di scontri frontali, di barriere invalicabili, sullo sfondo di un paesaggio culturale ed economico dominato dall'estrazione dell'oro e dei diamanti. Gli anni Novanta si sono invece aperti all'insegna della svolta: il giorno 11 febbraio 1990, dopo quasi trent'anni di prigionia, veniva liberato Nelson Rohihlahla Mandela, leader indiscusso e carismatico dell'African National Congress (ANC), principale organizzazione politica di opposizione al regime razzista al potere in Sudafrica dal secondo dopoguerra. La scarcerazione di Mandela ha rappresentato un evento paragonabile, per intensità emotiva, alla quasi coeva caduta del Muro di Berlino. Anche se la scala geografica e le ricadute planetarie della fine dell'apartheid sono state certamente inferiori a quelle del crollo dei regimi comunisti nell'Europa orientale prima e nell'immenso spazio sovietico poi, il valore politico, sociale e umano della svolta sudafricana ha una portata che ne travalica il peso demografico, le dimensioni territoriali, la rilevanza geopolitica. Quello dell'11 febbraio 1990 è stato sì il primo, significativo, passo verso l'abolizione definitiva di un regime che aveva elevato il razzismo a sistema istituzionale e che in ambito regionale aveva adottato una politica di destabilizzazione dell'Africa australe. Ma è stata anche una vittoria del mondo civile, libero e democratico, ed è altamente significativo che lo stesso Mandela e l'allora presidente sudafricano Frederich Willem de Klerk ­ cui si deve l'avvio formale del processo di abolizione dell'apartheid ­ siano stati insigniti nel 1993 del premio Nobel per la pace. Il processo di democratizzazione è culminato poi nel 1994 con le prime libere elezioni del Sudafrica e l'ascesa di Mandela alla carica di presidente della Repubblica, primo capo di Stato di colore di un Paese in cui alla maggioranza nera era sempre stata inibita qualsiasi partecipazione sostanziale alla vita politica.
Il regime dell'apartheid ­ che in lingua afrikaans significa "sviluppo separato" ­ fu formalmente adottato nel 1948 dopo la vittoria elettorale del National Party, emanazione politica degli Afrikaner (noti anche come Boeri, discendenti dei primi coloni olandesi stanziatisi nella regione nel 1652). Le leggi dell'apartheid classificavano i cittadini in quattro gruppi razziali: bianco, bantu (neri africani), coloured (persone con discendenza mista) e asiatico (Indiani e Pakistani). Erano prescritti i luoghi in cui ciascun gruppo poteva vivere, che genere di lavori poteva esercitare e a che tipo di sistema scolastico poteva accedere. Il sistema dell'apartheid proibiva quasi tutte le relazioni interrazziali, istituiva luoghi pubblici separati per i vari gruppi ed escludeva i non Bianchi da ogni forma di rappresentanza politica.
La costituzione nel 1951 dei Bantustan (detti anche Black Homelands), aree indipendenti riservate ai vari gruppi etnici bantu, accortamente delimitate sul territorio in modo da escludervi ogni elemento economicamente rilevante (risorse minerarie, siti industriali, vie di comunicazione, terre fertili), rappresentò il compimento della politica dell'apartheid. Questo sistema mantenne ininterrottamente al potere il National Party, che isolò e represse ogni tentativo di rivendicazione anche moderata e, in cambio di un incondizionato appoggio elettorale, garantì ai Bianchi una situazione di assoluto privilegio, oltre che condizioni di sicurezza generale.
La longevità che l'apartheid ha dimostrato, nonostante la condanna e la messa al bando della comunità internazionale, è dovuta in buona misura al suo forte contenuto economico, a sua volta direttamente ricollegabile alla straordinaria ricchezza del sottosuolo sudafricano. Il primo diamante di oltre 21 carati venne scoperto nel 1867 a Hopetown lungo le rive dell'Orange, mentre i primi giacimenti auriferi furono localizzati pochi anni dopo, nel 1873, presso Lydenburg nel Transvaal orientale. Da questi primi rinvenimenti ha avuto inizio un'intensa e incessante attività estrattiva che ha portato il Sudafrica a essere il primo produttore mondiale di oro (di cui detiene quasi la metà delle riserve planetarie) e il terzo produttore di diamanti. Ne arricchiscono il patrimonio minerario anche carbone, manganese, platino, cromo, vanadio, uranio, per citare solo le principali fra le risorse che hanno reso così appetibile questo lembo australe del continente africano.
Diversamente però dalle ex colonie europee in terra d'Africa, che hanno seguito percorsi di decolonizzazione caratterizzati dalla fuoriuscita ­ spesso frettolosa, come nel caso dei possedimenti portoghesi ­ della componente bianca, il Sudafrica si è andato configurando come un Paese autenticamente multirazziale, in cui la minoranza bianca si è sempre sentita "a casa propria" e "africana", a suo modo. Di qui la necessità per quest'ultima di salvaguardare, attraverso una rigidissima politica di segregazione e discriminazione razziale, un sistema di derivazione coloniale basato sulla propria egemonia. Il dominio della minoranza bianca si è andato quindi consolidando in un complesso intreccio di interessi politici ed economici, che ha preso le mosse dal processo di accumulazione verificatosi nel settore minerario già a partire dalla seconda metà del XIX secolo, ma che ha ben presto coinvolto nella sua trama di interrelazioni anche il comparto manifatturiero e il mondo della finanza, configurandosi come un insieme indissolubile di interessenze rette dal capitale bianco, il cui perpetrarsi veniva garantito proprio dalla politica di apartheid. Alla fine degli anni Ottanta il sistema dell'apartheid appariva tuttavia inadeguato ad affrontare una realtà mondiale sempre più caratterizzata dall'interdipendenza e dalla globalizzazione. A tali processi il Sudafrica partecipava in misura assai marginale a causa del boicottaggio commerciale e finanziario messo in atto da gran parte della comunità internazionale, che aveva orientato l'economia sudafricana verso il sentiero autarchico dell'import substitution, ossia della trasformazione in loco delle risorse endogene, al di fuori dei circuiti mercantili mondiali.
Accanto all'opposizione politica, anche i meccanismi dell'economia hanno quindi cominciato a erodere le basi del sistema: se da un lato l'Occidente aveva bisogno delle risorse naturali sudafricane, dall'altro Pretoria non poteva più fare a meno dei capitali e della tecnologia dell'Occidente, e settori sempre più consistenti e autorevoli della società bianca hanno iniziato a collaborare allo smantellamento dell'apparato razzista per non essere travolti dalla spirale involutiva in cui il Paese stava scivolando. Anche così si spiega il successo di un percorso di radicale mutamento politico e sociale quale è stato quello sudafricano, mutamento che fino a pochi anni prima appariva assai lontano e improbabile.
Il retaggio dell'apartheid è tuttavia ancora molto pesante. In Sudafrica Primo e Terzo Mondo hanno sempre vissuto l'uno accanto all'altro in stridente contrasto, e questo contrasto tra una società opulenta e "occidentale" ­ fatta di città moderne, di infrastrutture efficienti, di aziende tecnologicamente avanzate, di tenori di vita elevati ­ e realtà sociali, economiche e insediative tipiche del sottosviluppo è la logica conseguenza della politica di segregazione razziale. Secondo un recente rapporto della Banca Mondiale, il Sudafrica è ancora uno dei Paesi con il più alto livello di disparità nella distribuzione del reddito. Un semplice dato chiarirà l'entità del fenomeno: l'ammontare dei consumi della fascia sociale più povera, che rappresenta il 53% della popolazione, è pari a quello della fascia più alta, appena il 6%. Anche sotto il profilo dei servizi sociali sussistono enormi diseguaglianze. Due esempi paradossali: nonostante la ricchezza di risorse minerarie, due terzi delle abitazioni sono ancora senza elettricità; nel Paese in cui negli anni Sessanta Christian Barnard eseguì la prima operazione di trapianto cardiaco, la maggioranza della popolazione non può usufruire di servizi sanitari moderni ed efficienti. Il contrasto diventa poi ancora più evidente se si osserva la trama urbana sudafricana: ai margini di città ricche, moderne e dall'aspetto europeo sorgono le fatiscenti townships destinate alla popolazione di colore, che un poderoso inurbamento ha trasformato in vere e proprie realtà urbane parallele.
Saranno necessari decenni per ricondurre il divario a livelli accettabili. È questa la grande sfida per la nuova dirigenza sudafricana rappresentata dal successore di Mandela, Thabo Mbeki, che eredita l'ambizioso Programma di ricostruzione e sviluppo varato nel 1994 e rivolto in via prioritaria alla riduzione delle diseguaglianze sociali e spaziali generate da decenni di apartheid. Significativo il discorso inaugurale al Parlamento dell'allora neoeletto presidente Mandela, che impegnava il suo governo a «creare una società libera dal bisogno, dalla fame, dalla privazione, dall'ignoranza e dalla paura», una società che evidentemente il Sudafrica non aveva mai conosciuto fino ad allora.
Alle soglie del XXI secolo il Sudafrica è radicalmente mutato nelle premesse istituzionali e nel godimento dei diritti civili e politici. Non altrettanto può dirsi sotto il profilo della distribuzione della ricchezza e della diffusione del benessere. Qualche risultato si comincia tuttavia a osservare: anche se i settori minerario, industriale e finanziario sono ancora nelle mani della minoranza bianca, è in corso un processo di inserimento di managers e dirigenti di colore in posizioni tradizionalmente riservate ai Bianchi. Si sta inoltre aprendo la strada alla diversificazione della proprietà delle principali holdings industriali e alle opportunità di investimento da parte di consorzi finanziari che rappresentano gruppi di interesse neri.
Anche sul fronte delle relazioni internazionali la posizione del Sudafrica è profondamente cambiata: bandito dalla comunità internazionale fino ai primi anni Novanta, il Paese ha intrapreso con successo una politica di reinserimento nella scena mondiale, grazie anche al prestigio e alla popolarità di Mandela. Il Sudafrica è membro di numerosi organismi e trattati sovranazionali, come per esempio la Southern African Development Community (SADC), della quale ha addirittura detenuto la presidenza di turno dal 1996 al 1999, e la Convenzione di Lomé, che lega l'Unione Europea a più di 70 Paesi di Africa, Caraibi e Pacifico.
L'interrogativo finale riguarda l'effettiva consistenza e durevolezza del cambiamento sudafricano. Le premesse sembrano promettenti. La cerimonia di elezione di Thabo Mbeki alla carica di presidente della Repubblica ha avuto luogo in un Parlamento "coloratissimo": i 400 deputati dell'Assemblea nazionale erano vestiti con tuniche ricamate, sari indiani, turbanti multicolori ed eleganti abiti occidentali. È auspicabile che una simile varietà culturale, che testimonia di un'equa partecipazione di tutti i gruppi etnici alla vita politica del Paese, si trasferisca presto nelle strade, nelle fabbriche, nelle miniere, nelle banche, per rendere visibili e tangibili i frutti del "nuovo corso" sudafricano.