Introduzione
| Forma di governo | Repubblica |
| Superficie | 945 090 kmq |
| Popolazione | 32 102 000 abitanti (stima 1998) 34 ab./kmq |
| Capitale | Dodoma |
| Divisione amministrativa | 25 regioni |
| Unità monetaria | Scellino della Tanzania |
| Lingua ufficiale | Swahili e inglese |
| Membro di | Commonwealth, ONU, OUA e SADC, associato all'UE |
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Se oggi la Tanzania agli occhi degli Occidentali si presenta ancora, per buona
parte, come il Paese che comprende Zanzibar (fino dalla denominazione,
inconsueto collage ricavato dai nomi del Tanganica di germanica memoria
e, appunto, di Zanzibar), e se ancora l'isola rappresenta una delle porte
d'accesso e delle mete privilegiate per chi si reca in Tanzania, insieme con
l'altra grande città di origine e di nome arabi, Dar es Salaam, il grande Stato
africano ha una ben altra configurazione e un aspetto più tipicamente africano,
che a sua volta richiama altre suggestioni: quelle hemingwayane del
Kilimangiaro, per esempio, e dei grandi safari; quelle naturalistiche suscitate
dal celeberrimo Parco di Serengeti e dal grandioso allineamento vulcanico della
Rift Valley; o infine quella di culla dell'umanità, forse rintracciata nella
gola di Olduvai.
Ma, accanto a queste, altre sono e più prosaiche le realtà tipiche del
Paese: una popolazione che è quadruplicata in mezzo secolo, per esempio,
concentrandosi sempre più in aree ristrettissime lungo la costa e nelle alte
terre vulcaniche e fertili; i gravi problemi socio-economici, sanitari,
culturali che ancora attanagliano una parte non irrilevante della popolazione
tanzaniana; le tensioni interne a base più o meno etnica; i pesanti e non
risolti lasciti del colonialismo europeo, tedesco prima, britannico poi e in
primo luogo la larga dipendenza dall'agricoltura di piantagione; ma anche gli
scompensi derivati dal rigetto delle antiche immigrazioni araba e indiana, che
hanno privato il Paese di una classe mercantile e di un ceto amministrativo di
lunga esperienza, anche se certo "sovrapposto" alla gran massa della
popolazione; lo sforzo di unificazione morale e culturale portato avanti nei
decenni successivi all'indipendenza da una classe dirigente complessivamente fra
le più avvertite e stimate dell'Africa a sud del Sahara, e più di recente
ripreso sotto forma di intensa campagna di moralizzazione del costume politico e
della vita pubblica; l'inatteso e grande successo di una lingua "nuova" e
unificante come il swahili, che va progredendo senza sosta dentro e fuori del
Paese; i notevoli, per quanto del tutto insufficienti, risultati raggiunti dal
progetto politico che fu definito del "socialismo africano", tanto sul piano
economico quanto su quello dell'organizzazione territoriale e sociale dello
Stato; il tentativo, ancora in fieri, di modificare volontariamente
l'assetto politico-territoriale e la fisionomia identitaria del Paese con la
scelta di una capitale del tutto nuova e pienamente africana, Dodoma; la
turbolenza delle regioni limitrofe, che ha spesso e volentieri toccato e
trascinato anche la Tanzania, come accadde con la guerra civile in Uganda e come
è ancora di recente accaduto con i conflitti in Ruanda e Burundi; l'incerto
avvio di una fase di intensa ma troppo discontinua crescita economica
nell'ultimo decennio del XX secolo, che però non arriva ancora a incidere sulle
condizioni medie di vita e che solo per momenti è parsa aprire una prospettiva
finalmente positiva. Grande tre volte l'Italia, dotata di risorse naturali molto
interessanti, collocata in una posizione centrale rispetto ad una parte assai
vitale del continente africano, la Tanzania soffre indubbiamente di molti
problemi: ed è semplice rendersene conto se solo si considera che la speranza di
vita di un tanzaniano si ferma sui 43 anni, che un terzo della popolazione è
analfabeta, che l'indice di sviluppo umano colloca il Paese decisamente verso il
fondo della graduatoria mondiale, che una ristrettissima élite (come in
quasi tutto il continente africano) detiene una quota proporzionalmente immensa
del potere e della ricchezza, a danno della stragrande maggioranza della
popolazione. Eppure, a molti osservatori pare che la Tanzania abbia delle
potenzialità inespresse che potrebbero, se valorizzate, consentirle una
transizione più rapida e meno sofferta verso equilibri di sviluppo più avanzati.
Non c'è dubbio che, in un'ottica di sviluppo economico di stampo occidentale,
una parte di queste potenzialità risieda nelle prospettive di crescita del
turismo internazionale, che già ha fatto della Tanzania (della sua costa come
delle sue grandi riserve naturalistiche) una meta non trascurabile nel panorama
del magrissimo turismo africano. Ma non ci si può nascondere che l'aumento di
arrivi di turisti, se porta senza dubbio ricchezza (ma in quali tasche?), porta
anche accelerazioni sempre più forti alla modificazione rapida e definitiva
delle consuetudini sociali e dei complessi culturali, ricchi, qui come altrove
nell'Africa nera, e forse anche più singolari in conseguenza delle numerose
intersezioni etniche, linguistiche, religiose che la Tanzania ha conosciuto. E
poi, ovviamente, il turismo non può tutto. Come nel resto dell'Africa nera,
l'avvio dello sviluppo passa per la soluzione di enormi problemi di integrazione
e di perequazione sociale ed etnica all'interno, e di bilanciamento e
cooperazione all'esterno: ed è possibile che, in questa direzione, la Tanzania
abbia ormai fatto passi significativi.