Introduzione
|
Clicca sulla cartina per l'ingrandimento
|
Su queste differenti condizioni regionali si sovrapposero poi gli effetti della
colo-
nizzazione che, ad esempio, portò a privilegiare come in tutti i Paesi
guineani l'insediamento costiero e subcostiero: là dove, cioè, si impiantarono
i forti e i fondaci portoghesi prima, poi le "fattorie commerciali" tedesche e
infine gli stabilimenti coloniali francesi, in un lungo processo che vide
dapprima i Bianchi dediti al traffico degli schiavi catturati nell'interno, poi
al commercio dei prodotti della caccia e delle foreste.
La predilezione dei Bianchi per la costa aveva un fondamento razionale
nell'ovvia maggiore accessibilità, ma poteva essere soddisfatta solo in
considerazione di una presenza intermittente, scandita cioè dai ritmi della
tratta e del commercio, dei Bianchi stessi: mentre va ricordato che le
condizioni ambientali della costa guineana sono risultate a lungo proibitive per
un insediamento stabile e risultano tuttora sostanzialmente malsane rispetto
all'entroterra, dove infatti vivevano stabilmente le popolazioni autoctone. La
presenza di estese lagune, di paludi, di foci di fiumi che divagano ampiamente,
e poi le condizioni della circolazione atmosferica, la qualità dell'acqua
corrente, la diffusione di insetti nocivi e di malattie endemiche,
l'impossibilità di praticare un'agricoltura minimamente redditizia, la scarsità
di approdi lungo litorali sabbiosi e coperti di mangrovie: tutti aspetti che
avrebbero sconsigliato un insediamento costiero, non fosse stato per l'interesse
dei colonizzatori a stabilire punti di scambio e di controllo rapidamente
accessibili e ben difendibili, dove però non era necessario vivere per lunghi
periodi.
Ma, al momento dell'indipendenza, il Togo come gli altri Paesi dell'area dovette
fare i conti con un assetto territoriale ormai orientato verso la costa, con un
sistema delle comunicazioni (per quanto rudimentale) tutto destinato a drenare
verso i porti i prodotti dell'interno, con i pochi centri urbani attrezzati
modernamente disposti lungo la riva del mare o a pochissima distanza, con
un'analoga concentrazione delle attività più redditizie e con un popolamento già
differenziato come conseguenza di tutto questo ancora a vantaggio della
regione costiera. L'alternativa avrebbe potuto essere solo un riassetto
integrale del territorio statale: soluzione che a nessuno, e meno che mai a un
piccolo Stato africano di nuova indipendenza, sarebbe parso sensato adottare,
benché poi Costa d'Avorio e Nigeria abbiano faticosamente cercato, tra mille
polemiche e ripensamenti, proprio di avviare un riassetto del genere trasferendo
le capitali nell'interno dei rispettivi territori, anche se in entrambi i casi
le motivazioni più esplicite furono rivolte a risolvere tutt'altri problemi e
anche se i risultati non sono sembrati corrispondenti all'enorme costo
sostenuto.
Gli scompensi territoriali che ancora derivano al Togo dalla sua condizione
coloniale di un tempo sono, del resto, solo una parte (ma una parte rilevante e
quasi impossibile da rimuovere) del lascito coloniale. Come sempre in Africa,
quel lascito è stato pesantemente negativo nel suo insieme anche se non è
impossibile individuare alcuni elementi che si sono rivelati utili alla vita
indipendente del Paese: e si possono citare a questo riguardo le vie di
comunicazione che, connesse con quelle degli Stati dell'interno, privi di
accesso al mare, hanno consentito al Togo di svolgere una rilevante funzione
commerciale, di transito da e per il Burkina Faso e il Mali, potenziando i suoi
porti e le sue arterie stradali e ferroviarie; e anche la discreta
infrastrutturazione di servizio che fin dall'inizio della colonizzazione tedesca
caratterizzò non solo le città costiere, ma anche una serie di centri interni
con funzione di poli di organizzazione territoriale e di erogazione di
prestazioni sanitarie, scolastiche, tecniche e via dicendo.
Ma non sarebbe difficile compilare una lista molto più lunga di conseguenze
negative, in aggiunta allo squilibrio territoriale già ricordato e al drenaggio
di popolazione verso la costa. Fra queste conseguenze, quelle sul piano
socio-culturale sono forse le più gravi, ma anche le meno facilmente
individuabili e precisabili. Al contrario, del tutto evidenti sono gli effetti
che si possono riscontrare sul piano economico, ad esempio nella mancata
valorizzazione delle produzioni destinate al consumo locale, che spesso non
riescono ad accedere ai mercati di consumo in condizioni economicamente
praticabili, mentre quelle condizioni sono state garantite alle produzioni
"industriali", destinate a una rapida esportazione e alla trasformazione fuori
del Paese, così da lasciare al produttore locale una quota esigua del reddito
prodotto, e spostando altrove la maggior parte del valore aggiunto (è il caso
del caffè e del cacao); anche a prescindere dalle intuibili conseguenze di una
dipendenza da pochi prodotti, i cui prezzi oscillano, il cui consumo è soggetto
a fluttuazioni imprevedibili del mercato, la cui produzione, infine, richiede
che le terre migliori vengano assoggettate a un regime monocolturale rigido e
gravosissimo in termini di conservazione delle capacità produttive dei suoli.
Non molto diversa è la situazione per altri prodotti naturali, come per il Togo
i fosfati, che possono garantire una quota molto alta delle esportazioni di un
Paese, ma che possono facilmente vedere i prezzi deprimersi per effetto della
concorrenza o la richiesta del mercato ridursi in conseguenza di qualche
ritrovato della chimica industriale.
In tutto questo, evidentemente, il Togo non ha vissuto un'esperienza molto
diversa da quella della maggior parte dei Paesi africani. Se, per alcuni versi,
il piccolo Stato ha vissuto una transizione meno convulsa, se è riuscito a
ritagliarsi un ruolo internazionale di un certo prestigio fra gli Stati
africani, se ha seguito un processo almeno apparentemente più lineare di quello
che ha caratterizzato altre regioni del continente, tutto questo sembra sia da
far risalire alla relativa stabilità istituzionale del Paese realizzata da un
regime personalistico ultratrentennale e più ancora alla modestia complessiva
delle sue risorse, tali da non risvegliare appetiti travolgenti, ma tali anche
da conservare la popolazione in una condizione tutt'altro che florida.