Introduzione
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Perno di tutto il sistema è il Copperbelt, una fascia di giacimenti di
rame lunga 150 km che costituisce la prosecuzione di quelli congolesi del
Katanga (Shaba) e alla quale si riconnettono, più a sud, giacimenti di zinco e
piombo. Per l'inoltro dei minerali ai porti oceanici sono stati storicamente
utilizzati tre assi di comunicazione: quello rivolto al Congo, combinazione di
tronchi ferroviari e di tratti fluviali navigabili; la ferrovia del Benguela,
attraverso l'Angola; e la ferrovia sudafricana, attraverso la Rhodesia del Sud
(oggi Zimbabwe) e il Bechuanaland (oggi Botswana).
L'asse territoriale più dinamico, il cui sviluppo è legato alle attività
estrattive, nonché all'agricoltura commerciale praticata in fattorie condotte da
Europei, è la fascia adiacente a quest'ultimo asse ferroviario (Railway belt)
che, partendo dal Copperbelt, raggiunge la capitale, Lusaka, e quindi Maramba
(già Livingstone), ai confini con lo Zimbabwe.
La densità di popolazione è decisamente bassa, pur nel contesto africano, per un
territorio che non include zone particolarmente aride. Tuttavia il dato medio è
fuorviante, in quanto la Zambia è il terzo Paese più fortemente urbanizzato
dell'Africa continentale a sud del Sahara, con un tasso del 60% (nel 1967,
viceversa, esso raggiungeva appena il 20%), a dimostrazione di una crescita
economica intensa, pur se come vedremo poco equilibrata. Lusaka è la singola
agglomerazione più popolosa, ma è nella conurbazione nastriforme di città
minerarie e industriali del Copperbelt che si registra la più alta
concentrazione di popolazione urbana.
Nelle campagne, invece, la popolazione vive dell'agricoltura di sussistenza, nei
tradizionali villaggi bantu organizzati intorno al kraal, il recinto per
il bestiame. Avendo il governo subordinato gli investimenti in agricoltura a
quelli destinati a un'industrializzazione accelerata, le masse contadine sono
rimaste emarginate, per cui l'economia nazionale è cresciuta in maniera
scarsamente organica e del tutto condizionata dai mercati internazionali delle
materie prime.
Prima di diventare indipendente, nel 1964, la Rhodesia del Nord ha fatto parte,
insieme con la Rhodesia del Sud e con il Niassa (oggi Malawi), di una
Federazione dell'Africa Centrale che, nelle intenzioni dei colonizzatori
britannici, avrebbe dovuto costituire una barriera contro la politica di
segregazione razziale praticata dalla vicina Repubblica del Sudafrica. La
Federazione presupponeva una sorta di divisione dei compiti tra la Rhodesia del
Nord (che avrebbe dovuto puntare alla valorizzazione delle sue risorse
minerarie) e la Rhodesia del Sud, promossa al ruolo di fornitore di prodotti
dell'industria manifatturiera. Dopo lo scioglimento di questa federazione, la
Zambia volle svincolarsi dall'integrazione con i vicini del Sud, impegnandosi
nella realizzazione di infrastrutture e di industrie di base, integrate a monte
e a valle con il processo di produzione del rame, nonché di industrie
produttrici di beni di consumo.
Successivamente (1973) la Zambia partecipò addirittura alle sanzioni delle
Nazioni Unite contro la Rhodesia del Sud, colpevole di avere instaurato un
regime basato sull'apartheid, precludendosi così l'unica residua via di
sbocco esterno, dal momento che la guerra civile in Angola aveva interrotto la
ferrovia del Benguela, mentre la via congolese non era più praticabile. Fu così
che, intorno alla metà degli anni Ottanta, dovette aprirsi un nuovo varco verso
l'Oceano Indiano attraverso la Tanzania, attrezzando frettolosamente un nuovo
asse infrastrutturale (un oleodotto e, poi, una ferrovia: quest'ultima
realizzata dai Cinesi) da Lusaka al porto di Dar es Salaam.
Gli svantaggi derivanti dall'isolamento e dalla mancanza di sbocchi al mare (che
in quasi tutto il territorio dista più di 1000 km), le tensioni politiche dei
Paesi vicini e il ribasso delle quotazioni mondiali del rame, unitamente agli
esiti di una politica economica e sociale fallimentare, hanno condotto la Zambia
ad una situazione di grave crisi. Afflitto da un debito estero
sproporzionatamente superiore al prodotto interno lordo, da un enorme
indebitamento pubblico e da un tasso di inflazione annuo che si aggira sul
30-40%, il Paese stenta ad attuare i piani di risanamento prescritti dal Fondo
Monetario Internazionale, che comportano drammatici costi sociali.